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Το σχόλιο

       
                                        

DanieleeMASTROGIACOMO

                                                                                                                                                                          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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07.03.2007

  

 

   "La missione di un reporter" (Il commento di Ezio Mauro allo sitoweb REPUBBLICA.IT)  

UN GIORNALISTA prigioniero, al fronte, dov'è andato semplicemente perché così vogliono le leggi del suo mestiere: vedere, capire, decifrare e raccontare. Perché l'opinione pubblica possa conoscere e sapere, e dunque perché ognuno di noi possa prendere parte davvero alla vicenda pubblica, esercitando il suo diritto - dovere di cittadino informato, a partire da quel dato fondamentale di una democrazia che è la conoscenza dei fenomeni, l'intelligenza degli avvenimenti.

Questa è la ragione elementare - quasi un obbligo, per un reporter - che ha portato Daniele Mastrogiacomo a Kabul, come tante volte, e poi lo ha spinto fino a Kandahar, nel cuore del conflitto, per esplorare anche la realtà dei taliban dentro la crisi afgana: "Domattina avrei un incontro piuttosto delicato con quella gente - aveva spiegato a "Repubblica - tv" - : mentre viaggi in macchina arriva una telefonata che ti dice gira qui a destra. Così li vedrò".

La telefonata questa volta ha innescato un agguato, lo stop era una trappola. Mastrogiacomo è adesso prigioniero di coloro che voleva indagare e raccontare ai lettori, a conferma di quanto abbiamo ripetuto più volte dopo l'11 settembre, e cioè che l'estremismo terroristico non distingue tra politiche, culture o professioni, perché precipita tutto, ragioni, identità e missioni nella categoria ideologica del nemico occidentale.

Davanti a un uomo inerme nelle mani dei guerriglieri, armato solo della sua penna e di un taccuino, sentiamo tutti ancora una volta - noi in più con l'angoscia per un amico - la sproporzione tra le contraddizioni della guerra e il destino di una persona. Nel ricatto di quel sequestro, c'è lo spazio intero della nostra libertà e della nostra sovranità, dunque dell'autonomia della politica occidentale e delle sue scelte.
La politica deve fare di tutto, come sempre, per liberare l'ostaggio. Ma non deve strumentalizzare la vicenda, perché i giudizi sul caso afgano devono essere liberi da ogni costrizione, per essere responsabili.
Se fosse libero, così scriverebbe il nostro compagno di lavoro Daniele: fiducioso nelle ragioni e nella dignità del suo mestiere, che ha sempre sentito come un obbligo con le sue leggi, il semplice dovere di un reporter.

    

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